Un contenitore di mille storie della piccola città

Oggi la vediamo così, Villa Bolasco. Aulica, restaurata, bella e un po’ inaccessibile. C’è, per chi vive Castelfranco Veneto da poco, un certo distacco tra quanto “vive” dentro la villa e quello che “vive” la sua città.

Ebbene, pensiamo a come doveva essere “viva” la villa nel suo apice, nei suoi ultimi giorni di “casa nobiliare”: le maestranze, le servitù, ma anche gli ospiti illustrissimi (non solo nobili, ma anche futuri re), le passioni, le vicissitudini e le relazioni dei suoi abitanti. Questo ci restituisce il libro che Giancarlo Saran ha scritto, raccogliendo le testimonianze e i documenti di Donna Antonia Raselli, l’ultima vera testimone di Villa Bolasco. Un libro ricco di vita e ricordi, un testo prezioso perché riallaccia virtualmente la memoria della città a un edificio maestoso e stupendo, che oggi vediamo passando veloci in macchina in Borgo Treviso, ma che racchiude racconti emozionanti e storie che non vogliamo dimenticare.

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Lo sapete che oggi è la giornata mondiale del gabinetto?

Ebbene sì, c’è anche questa… Però è importante: le Nazioni Unite nel 2013 hanno fortemente voluto questa data perché nel mondo 2,3 miliardi di persone non hanno accesso ai servizi sanitari, e le complicazioni di salute pubblica che ciò produce comportano circa 280mila morti all’anno. Infatti senza bagno o toilette c’è un pericolo molto superiore di diffondere colera, diarrea, dissenteria ed epatite (per non parlare dei parassiti, questi ve li risparmiamo).

Grazie anche all’impegno delle Nazioni Unite la percentuale di chi ha accesso ai servizi igienici è salita dal 54 al 68% in 15 anni, ma rimane ancora molto da fare.

Se siete curiosi su cosa ognuno di noi può fare, collegatevi al sito del worldtoiletday (www.worldtoiletday.info), ma se volete saperne di più su questa e altre curiosità relative al mondo… del gabinetto, noi abbiamo anche pubblicato “Il libro (serio) della cacca – La digestione oltre i tabù”, un sapido libercolo dedicato a tutto ciò che “ruota attorno all’argomento” ;-D

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Di cosa parliamo quando si dice “anoressia”

L’anoressia è un disturbo del comportamento alimentare che porta all’avversione al cibo. Perché è importante parlarne? Perché è una malattia in crescita, negli ultimi vent’anni è passata dallo 0,3% della popolazione fino al 2% (Keski-Rahkonen Anna, Hoek HW, Susser ES, Linna MS, Sihvola E, Raevuori A, Bulik CM, Kaprio J, Rissanen A., Epidemiology and course of anorexia nervosa in the community., in Am J Psychiatry., vol. 164, 2007, pp. 1259-1265), passando dal colpire soprattutto le donne tra i 15 e i 19 anni a espandersi nella fascia tra i 12 e i 25 anni, ma anche con casi al di fuori di questi intervalli.

È importante parlarne perché è una malattia psicologica che possiede il più alto tasso di mortalità tra le patologie mentali, dunque può portare a volte alla morte, e purtroppo si registrano casi simili sempre più spesso nel nostro Paese. Parlarne significa sensibilizzare verso il problema, significa far sì che non ci si volti dall’altra parte: vuole essere un gesto di amore per delle persone che hanno perso la voglia di vivere, e che meritano invece di essere felici.

Ma facciamo un passo indietro: qual è la storia dell’anoressia?

Pensate che già Galeno nel II sec. d.C. ne parlava come di un eccesso di bile nera, che sale al cervello e “rende freddi gli spiriti animali del lobo frontale, suscita immagini di paura e tristezza, e determina molte patologie tra le quali, in primis, la condizione melanconica”.

Poi nel Medioevo l’anoressia fu vista per un periodo come un traguardo spirituale da raggiungere, un’esperienza mistica che si poteva conseguire attraverso la mortificazione del proprio corpo, un modo di separarsi dalla carnalità per ricongiungersi a Dio. Ricordiamo infatti sia Santa Caterina da Siena che Beata Angela da Foligno, ma non solo: anche San Francesco mortificava il proprio cibarsi aggiungendo spesso della cenere ai propri alimenti, per non dare piacere (anche solo gustativo) alla propria carne.

Se poi nel 1500 il medico genovese Simone Porta aveva già descritto e studiato il quadro clinico dell’anoressia nervosa, è nel 1689 che si fa risalire la scoperta della malattia, attribuendola al medico Richard Morton, che la chiamava allora “emaciazione nervosa”. Da lì in poi si sono susseguite ricerche e studi, fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui la malattia è stata riconosciuta di natura nervosa fin dal DSM-II (Manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali).

È una malattia dalla portata enorme, perché ha caratteristiche sia psicologiche (depressione, ansia, disturbo di personalità) sia fisiche (alterazione ritmo cardiaco, osteoporosi, pancreatite, e altre), e richiede pertanto un approccio terapeutico multidisciplinare, sia a livello psicologico che fisico.

I legami familiari e amicali assumono un’importanza notevole nell’insorgenza della malattia, così come l’ambiente che circonda la persona: l’anoressia infatti è una sindrome legata al benessere, dato che non si presenta nei paesi più poveri dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina, mentre si presenta in persone che migrano da nazioni più povere a nazioni più ricche. Pertanto non c’è da stupirsi che sia l’Occidente a vedere più casi di anoressia nervosa, passando dal 17% delle adolescenti del Giappone al 5,7% della Norvegia.

Ma dall’anoressia si può guarire, si può guardare dentro se stessi e poi risalire. È vero, è realtà: una realtà difficile, faticosa, ma tangibile. Ce lo racconta Silvia Varisco nel suo libro-testimonianza “C’era una volta – La mia lotta con l’anoressia”, in cui ci accompagna attraverso i momenti bui, per poi portarci verso la luce nuova di una nuova esistenza. Un libro importante, perché ci fa capire cosa pensa, cosa vede, cosa vive una persona che soffre di questa malattia allo stesso tempo moderna e terribile. Ma ci fa capire anche come attraverso molta fatica si possa anche rinascere a una nuova speranza.

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L’amore tra un uomo e la sua piccola grande città

Castelfranco Veneto è una cittadina che sa farsi amare, e questo grazie alle splendide persone che la compongono. Angelo Aldo Marchetti era una di queste, e amava la sua piccola grande città. Questo amore si è via via sviluppato attraverso la sua storia familiare, attraverso la direzione della banca affacciata su Corso XXIX Aprile, poi la presidenza della camera di commercio, i libri fatti, scritti e pubblicati… tenendo sempre tutto annotato, come un bravo notaio, nei suoi quaderni ordinati pieni di appunti. Giancarlo Saran, da amico, studioso e scrittore, li ha spulciati, studiati, si è immerso nella storia recente di Castelfranco vista attraverso le lenti con cui Marchetti ha vissuto e osservato il dipanarsi degli eventi di fronte a lui, fuori dalla sua finestra fronte mura.

Un libro interessante, scorrevole, dedicato a chi ama Castelfranco e la sua storia recente, influenzata in modo sensibile da quanto fatto, e desiderato, da un uomo come Angelo Aldo Marchetti, che in tanti hanno avuto modo di conoscere. Un libro che fa anche del bene: i diritti d’autore vengono versati al Comitato per la borsa di studio castelfranco veneto contro i tumori.

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E se il male fossimo noi?

Come reagiremmo? Se il nostro bene, la nostra cura, il nostro affetto fossero travisati del tutto, e agli occhi di una persona amata diventassero atti d’accusa, motivo di vendetta?
Alison C. viene da una famiglia decisamente complicata: sua madre ha avuto seri problemi di equilibrio mentale, e la vita familiare ne ha avuto importanti conseguenze. In questo libro racconta la sua storia, vera, dura; un romanzo avvincente fatto di avventura, amore, speranze e difficoltà. La storia di Alison ci racconta come anche in contesti difficili la speranza non muoia, e oggi guardare il volto di questa ragazza, sentirne la voce, è testimonianza reale che il male non può vincere, e che anche nelle situazioni più difficili, con impegno, amore e fiducia, si può arrivare alla meta: una vita normale, felice, senza nessuno che mette a rischio, col buio della notte, la tua stessa esistenza…

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Che cosa significa “avere stile”, e come coltivarlo?

“In letteratura, lo stile è un insieme di tratti formali che caratterizza il linguaggio di un autore, di un’opera, di un genere letterario, e che risulta da una scelta consapevole che si allontana dall’uso o dalla norma corrente.”

Nei libri, dunque, lo stile è ciò che ci contraddistingue, ciò che rende la nostra “voce” unica nel panorama letterario; e questo è un vantaggio: di riconoscibilità, di autorità (chi padroneggia il proprio stile manifesta competenza e padronanza linguistica, dunque credibilità), nonché di efficacia. Un testo scritto in modo stilisticamente riconoscibile rende ancor più ricca la storia che stiamo raccontando, trasformando un racconto in un’esperienza degna di essere ricordata.

Vania Russo lo sa bene, data la sua esperienza di editor, scrittrice e insegnante di scrittura creativa da più di una decade. In questo suo libro, il secondo che parla delle tecniche di scrittura, ci permette di esaminare ed evolvere il nostro stile di autori, per rendere la nostra capacità narrativa ancora più efficace e, in definitiva, memorabile.

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Perché, a diciannove anni dall’11 settembre, stiamo ancora combattendo il jihadismo?

Cosa non ha funzionato nell’estirpare il cosiddetto “regno del male”?
Probabilmente perché l’Occidente si è focalizzato su dei singoli Stati (Afghanistan, Iraq) con l’approccio “Global war on terrorism” – GWOT, ma così facendo sono stati impiegati decine di migliaia di uomini, sono stati spesi un’infinità di dollari… con risultati opinabili.

Ancora oggi infatti si parla di terrorismo jihadista, ma il vero bastione da conquistare non è un punto fisico, bensì un punto ideologico. Sì, perché laddove l’ideologia conquista una singola mente, è lì che si installerà la guerra contro gli infedeli, e potrebbe essere in Afghanistan, in Iraq, ma anche a Parigi, Madrid, Londra o Voghera, indifferentemente.

Giuseppe Santomartino, grazie alla sua esperienza sul campo (Giordania, Iraq, Tampa, Bruxelles), ha provveduto ad analizzare in modo completo, e interessante, tutti i principali ideologi del jihadismo, che quindi sono i motori primi che spingono per la lotta armata, convincendo i seguaci della sua giustezza, anzi del suo presunto obbligo. L’autore dunque ci aiuta a comprendere a fondo le basi del jihad, ma non si ferma qui: suggerisce inoltre la strategia della counter-ideology come l’unica potenzialmente efficace per combattere (attraverso armi ideologiche, e non fisiche) l’ideologia jihadista.

Un libro completo ed esaustivo per chiunque desideri comprendere a fondo “da dove arriva” il jihad, con tutte le sue conseguenze nefaste.

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Un mondo comune a tutti, ma allo stesso tempo misterioso…

Lo sapevate che ogni giorno vengono tagliati 270000 alberi per fare la carta igienica? E che l’emoticon della cacca è un simbolo di buona fortuna nella cultura giapponese?
Queste e mille altre curiosità “a tema” sono contenute nell’ironico e istruttivo libro di Caroline Balma-Chaminadour, che grazie ai suoi studi (e alle sue collaborazioni con medici, gastroenterologi e proctologi) ha scritto questo libro dedicato a ciò che ci accomuna tutti, grandi e piccini, regnanti e sudditi…

Dal funzionamento del nostro sistema gastrointestinale ai modi di dire, dalla corretta dieta alla soluzione dei diverticoli attraverso i Fodmap, dal “business” che gira intorno al mondo della cacca alle curiosità artistiche che ne sono caratterizzate, potremo apprezzare un libro sicuramente originale e simpatico, per scoprire ciò che non conoscevamo… oltre al nostro bagno. 😉

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La gloriosa resistenza dell’Oltrepò Pavese

Sapevate che i 14 partigiani che fucilarono Mussolini a Dongo erano dell’Oltrepò Pavese? Ebbene sì: le brigate partigiane dell’Oltrepò si resero protagoniste non solo di questo episodio, ma di molti, importanti fatti che si sviluppano lungo tutta la storia della Resistenza.

Già da prima il territorio si era rivelato insofferente al Ventennio, essendo il tessuto sociale prevalentemente operaio e contadino, di forte influenza socialista. Ma con l’occasione della Resistenza molti abitanti decisero di combattere in prima persona, prendendo le armi da caccia (inizialmente) e dandosi alla macchia, salendo sui monti.

Le prime bande si formarono già subito dopo l’8 settembre del 1943, per iniziativa spontanea, e si divisero sia per territorio che per ispirazione politica. L’ingrossarsi delle loro file infatti fece sì che si organizzarono in tre grandi gruppi, quello socialista vero e proprio, dando vita alle formazioni Matteotti; quello ispirato a Giustizia e Libertà, ovvero i giellini; e quello comunista, dando vita alle brigate garibaldine. Col tempo poi vennero coordinate in modo centrale dal Comando Unificato della VI zona ligure, in modo da risultare più efficaci nelle azioni.

La loro efficacia fece sì che nell’agosto del 1944 partì il primo rastrellamento da parte delle forze naziste e fasciste; un migliaio di militi partì da Varzi per attaccare i partigiani in direzione di Bobbio e per rendere sicure le valli Borbera, Trebbia e Aveto, fondamentali per il passaggio dei carri in ritirata dopo la caduta della Linea Gotica. Numerosi furono gli scontri, e numerosi furono i caduti durante il rastrellamento, sia negli scontri a fuoco che nelle fucilazioni sommarie da parte dei nazifascisti. Questi ultimi, a rastrellamento completato, non lesinarono le violenze sui civili inermi, compreso l’assassinio del parroco di S. Pietro Casasco, don Paolo Ghigini, accusato di favoreggiamento verso i partigiani. Diedero anche fuoco a tutti i granai della Valle Staffora, per affamare la popolazione resasi complice attiva della resistenza.

La scomparsa di numerosi comandanti e combattenti diede il via a una profonda, necessaria riorganizzazione interna, mettendo al comando delle formazioni garibaldine “Primula rossa”, Angelo Ansaldi, e spingendo per aumentare il coordinamento tra le forze e superando le differenze politico-ideologiche che le vedevano non contrapposte, ma comunque separate.

Lo sforzo di coordinamento porta ottimi frutti, tanto che il 20 settembre le brigate partigiane riescono in un’impresa storica: la liberazione, dopo aspri combattimenti, della cittadina di Varzi, che collegandosi alla vicina Bobbio forma un’ampia Zona Libera con governo democratico, che durerà un paio di mesi, ma che vedrà il fiorire di una vita libera e normale, con la stampa di un periodico partigiano “Il garibaldino” che segnerà nelle sue pubblicazioni tutti gli interventi politici, sanitari, scolastici, agricoli e lavorativi della rinata Varzi.

Purtroppo però la ritirata dei tedeschi continua, e il fronte si avvicina sempre più. A novembre il coordinamento inglese di tutte le formazioni partigiane ordina la smobilitazione, seguita subito dopo dal grande rastrellamento invernale. Per due mesi infatti, da fine novembre a fine gennaio, migliaia di tedeschi, appoggiati dai fascisti, violentarono le terre dell’Oltrepò alla ricerca dei partigiani e dei loro fiancheggiatori, dandosi a esecuzioni sommarie, stupri diffusi, soprusi in ogni dove. Le forze partigiane dovettero nascondersi, anche scavando buche nel terreno per dieci-quindici uomini, per poter sperare di sopravvivere. Pian piano si cercò anche di filtrare oltre il fronte, per attestarsi sulle posizioni di partenza, ma furono spostamenti sempre ad alto rischio.

Ciononostante, dopo il rastrellamento le brigate partigiane si riorganizzarono, si coordinarono, e riuscirono a riprendersi la vittoria. Liberarono infatti, sfruttando anche i mezzi abbandonati dai tedeschi nella fuga, tutte le loro colline, grazie anche agli enormi sforzi nei combattimenti di febbraio e marzo 1945, fino a guidare l’entrata a Milano nel tardo pomeriggio del 27 aprile.

È in questa cornice complessa e articolata che si inserisce il libro di Matteo Tamburelli, appassionato di storia, “La lunga fine – 1944-1945: L’ultimo anno di guerra del Commissario Novaretti”. Il maggiore Novaretti è un commissario della questura, con un trascorso nell’OVRA e un passato pesante da portarsi appresso. Viene rispedito al suo paese natale, Baldovino, per cercare di mettere ordine nella sua città, dove tra attentati, appostamenti e sparatorie vengono uccisi personaggi centrali della polizia cittadina. Rocco Novaretti cercherà di capire chi siano i veri mandanti delle esecuzioni, e rischierà in prima persona la propria vita, nel mezzo del fuoco incrociato di vecchi e nuovi nemici “interni” e quello dei partigiani alla riconquista del territorio.

Un libro particolareggiato e circoscritto, che permette da un lato di assaporare il vissuto reale dei protagonisti dell’epoca dell’una e dell’altra parte, dall’altro di continuare a seguire le avventure mozzafiato di Rocco Novaretti, giunte ormai al loro terzo volume di thriller storici di notevole successo.

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Sapevate che il narcisismo può diventare una patologia? E che i social network possono dare un contributo decisivo al suo sviluppo?

Ce lo spiega chiaramente Claudia Sposini, psicologa e psicoterapeuta, nel suo ultimo libro “Narcisismo, perversione e social media”. Spesso viviamo rapporti di coppia complicati, ma esistono dei “comportamenti spia” che ci possono indicare se la persona con cui stiamo condividendo un percorso è narcisista o meno, e che tipo di narcisista sia. In questo modo potremo difenderci da comportamenti degradanti, che minano alle fondamenta la nostra autostima, permettendoci di comprendere se desideriamo proseguire in un rapporto asimmetrico, che ci brucerà nel tempo, o tagliarlo per permetterci di rinascere come individui.

Il libro è ricco di spunti ed esempi, e racchiude oltre a una serie di suggerimenti pratici anche una sezione di “film sul narcisismo” per comprendere ancor meglio le tipologie di questo disturbo grazie ai consigli per passare una serata davanti allo schermo guardando delle ottime pellicole.

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