Polpette: che bontà!

Si avvicina a grandi passi il Natale, e tra i cibi tipici delle Feste come non citare le Polpette? La Polpetta assurge a simbolo di virtuoso utilizzo degli avanzi, magistralmente orchestrato dalle sapienti mani delle mamme amorevoli verso i propri familiari. Ma non solo: piatto prelibato che un barista, un giorno, ha voluto approfondire, scovando un Saggio delle Polpette che gli aprirà vasti scenari inediti… in cambio di un poggiapiedi Poang.

Questi gli ingredienti di un libro divertente, a metà tra il ricettario e la narrativa, scritto da un autore ormai affermato quale Alessandro Coppo, alla sua sesta avventura editoriale con Panda Edizioni.

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Cosa spinge un aviere a pagare le cure per il nemico che ha appena abbattuto?

Semplice: l’onore. Perché se da un lato c’è l’obbligo bellico di combattere il nemico, dall’altro c’è il lato umano che non ne vuole l’annientamento fisico, ma solo la sua innocuità. Perciò nella storia si sono visti diversi episodi in cui si sono curati i nemici, onorati gli sconfitti, si è permesso loro di soccorrere i feriti, o di salvarli direttamente. Così come tra parti belliche opposte ci si è concessi la “tregua di Natale”, oppure dopo l’affondamento di una nave se ne è salvato l’equipaggio, mettendo a repentaglio la propria posizione, pur di soccorrere gli esseri umani ormai sconfitti.

Il Generale Ferdinando Fedi ha raccolto una trentina di episodi diversi, esplorando eventi bellici più o meno noti, partendo da prima della Grande Guerra fino al secondo conflitto mondiale, includendo anche i salvataggi dei beni culturali. Il libro poi approfondisce la creazione e lo sviluppo del Diritto Umanitario, da Pietro Verri ai giorni nostri, grazie anche alla sua preparazione e competenza accresciute sul campo, visto il suo ruolo professionale che lo ha visto e lo vede impegnato in organismi di respiro internazionale nell’ambito del diritto militare.

https://www.pandaedizioni.it/catalogo/saggistica/nemici-ma-con-onore/

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Israele e Iran: le origini delle tensioni

Le origini non sono certo semplici, ne tratteremo in modo necessariamente semplificato in questa sede.

Diciamo qui che le cose non sono partite col piede giusto: al Piano di partizione della Palestina nel 1947 l’Iran si oppose, come buona parte dei paesi arabi; opposizione che poi sfociò nella guerra arabo-israeliana del 1948, durante la quale circa settecentomila palestinesi furono costretti a fuggire, emigrare o sgomberare. Questa guerra infatti sarà chiamata “guerra di indipendenza” da Israele, mentre “la catastrofe” dagli arabi. In tale conflitto l’Iran non fu coinvolto direttamente, ma i profughi arabi vi esportarono i primi importanti semi di antisemitismo.

In Iran, intanto, la situazione non era facile: dopo l’invasione “per scopi di guerra” (stiamo semplificando) durante il 2° conflitto mondiale, era stata insediata una monarchia costituzionale, sostanzialmente controllata dai britannici, che avevano preso il controllo pressoché totale delle fonti petrolifere. Nel 1951 dunque il parlamento persiano elesse primo ministro Mohammad Mossadeq, che fece subito nazionalizzare l’industria petrolifera con la conseguente estromissione del Regno Unito nel controllo delle fonti di energia. “Stranamente”, si può dire, l’Iran nel 1953 subì un colpo di Stato: a prendere il potere fu Reza Pahlavi, che nel 1955 sottoscrisse il Patto di Baghdad, che reinserì il suo Stato nell’area politica delle potenze occidentali… ciò portò a graduali riforme sullo stampo occidentale, sia in campo agrario che industriale e sociale come alfabetizzazione, suffragio femminile, esproprio di beni delle gerarchie religiose. Proprio questo ultimo punto innescò lo scontro con i capi sciiti, che portarono nel tempo a diversi tentativi di congiura per finire nel 1979 alla rivoluzione iraniana, all’esilio dello scià e al khomeinismo.

Abbiamo cercato da un lato di riassumere, dall’altro di spiegare al meglio la situazione perché è proprio in questo contesto che l’Iran vede un’inversione totale di tendenza (anche) nel suo approccio con Israele.

Khomeyni infatti recise ogni legame diplomatico e commerciale con Israele, dichiarandolo Stato illegittimo e chiamandolo “piccolo Satana” (vicino dunque al “grande Satana”, ovvero gli Stati Uniti).

Eppure durante la guerra Iran-Iraq, durata nove anni, Israele fece pure da supporto logistico per lo Stato Iraniano, in cambio di forniture petrolifere. Armi, carri armati, operazioni militari dirette come il bombardamento del reattore iracheno di Ozirak furono venduti da Israele all’Iran, sia contravvenendo alle sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran sia contrariamente a quanto proclamato dai più alti esponenti iraniani in chiave antiisraeliana. Il tutto (parole di Ariel Sharon, allora Ministro della Difesa) per “lasciare una finestra aperta” nei rapporti con l’Iran.

Finestra però destinata comunque a chiudersi poco dopo. Alla morte di Khomeini infatti le guide supreme non si risparmieranno le invettive: Khamenei “Israele è un tumore canceroso che dovrebbe essere rimosso”; Ahmadinejad “Israele dovrebbe essere cancellato dalla carta geografica”; Rouhani “Israele è un occupante e un usurpatore guerrafondaio”.

E se da un lato l’Iran si è attivamente speso per sostenere politicamente ed economicamente Hamas e Hezbollah, nemici dichiarati di Israele, quest’ultimo ha combattuto sia direttamente che indirettamente il programma nucleare iraniano, che è visto come una minaccia diretta alla propria esistenza.

È in questo quadro che dunque si collocano le continue minacce reciproche, gli attentati, le uccisioni e le tensioni che via via si sono espanse in Siria, Giordania, Palestina e in tutto il Medio Oriente.

Ma perché, dunque, una parte dell’Islam radicale inneggia al terrorismo? Parte solo dalla Palestina o ha radici più ampie?

Giuseppe Santomartino, grazie alla sua esperienza pluriennale sul campo, ha indagato in modo completo ed esaustivo le origini teoriche del terrorismo islamico, che colpisce in modo particolare Israele, e ha dato alle stampe per Panda Edizioni “Conoscere e contrastare il jihadismo: Le chiavi interpretative, le ideologie, le dottrine, le strategie, i pensatori”, un testo di riferimento per gli interessati all’argomento, tanto da essere invitato in diversi incontri per parlare in veste di esperto.

Oggi, per esempio, 30 novembre 2020 parlerà all’«École Universitaire Internationale» con una sua Lectio Magistralis online.

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Siete pronti per il Panda Black Friday? Solo venerdì 27!

Dalle 00 alle 24 di venerdì 27 novembre 2020 c’è il Panda Black Friday! 🐼

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Un contenitore di mille storie della piccola città

Oggi la vediamo così, Villa Bolasco. Aulica, restaurata, bella e un po’ inaccessibile. C’è, per chi vive Castelfranco Veneto da poco, un certo distacco tra quanto “vive” dentro la villa e quello che “vive” la sua città.

Ebbene, pensiamo a come doveva essere “viva” la villa nel suo apice, nei suoi ultimi giorni di “casa nobiliare”: le maestranze, le servitù, ma anche gli ospiti illustrissimi (non solo nobili, ma anche futuri re), le passioni, le vicissitudini e le relazioni dei suoi abitanti. Questo ci restituisce il libro che Giancarlo Saran ha scritto, raccogliendo le testimonianze e i documenti di Donna Antonia Raselli, l’ultima vera testimone di Villa Bolasco. Un libro ricco di vita e ricordi, un testo prezioso perché riallaccia virtualmente la memoria della città a un edificio maestoso e stupendo, che oggi vediamo passando veloci in macchina in Borgo Treviso, ma che racchiude racconti emozionanti e storie che non vogliamo dimenticare.

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Lo sapete che oggi è la giornata mondiale del gabinetto?

Ebbene sì, c’è anche questa… Però è importante: le Nazioni Unite nel 2013 hanno fortemente voluto questa data perché nel mondo 2,3 miliardi di persone non hanno accesso ai servizi sanitari, e le complicazioni di salute pubblica che ciò produce comportano circa 280mila morti all’anno. Infatti senza bagno o toilette c’è un pericolo molto superiore di diffondere colera, diarrea, dissenteria ed epatite (per non parlare dei parassiti, questi ve li risparmiamo).

Grazie anche all’impegno delle Nazioni Unite la percentuale di chi ha accesso ai servizi igienici è salita dal 54 al 68% in 15 anni, ma rimane ancora molto da fare.

Se siete curiosi su cosa ognuno di noi può fare, collegatevi al sito del worldtoiletday (www.worldtoiletday.info), ma se volete saperne di più su questa e altre curiosità relative al mondo… del gabinetto, noi abbiamo anche pubblicato “Il libro (serio) della cacca – La digestione oltre i tabù”, un sapido libercolo dedicato a tutto ciò che “ruota attorno all’argomento” ;-D

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Di cosa parliamo quando si dice “anoressia”

L’anoressia è un disturbo del comportamento alimentare che porta all’avversione al cibo. Perché è importante parlarne? Perché è una malattia in crescita, negli ultimi vent’anni è passata dallo 0,3% della popolazione fino al 2% (Keski-Rahkonen Anna, Hoek HW, Susser ES, Linna MS, Sihvola E, Raevuori A, Bulik CM, Kaprio J, Rissanen A., Epidemiology and course of anorexia nervosa in the community., in Am J Psychiatry., vol. 164, 2007, pp. 1259-1265), passando dal colpire soprattutto le donne tra i 15 e i 19 anni a espandersi nella fascia tra i 12 e i 25 anni, ma anche con casi al di fuori di questi intervalli.

È importante parlarne perché è una malattia psicologica che possiede il più alto tasso di mortalità tra le patologie mentali, dunque può portare a volte alla morte, e purtroppo si registrano casi simili sempre più spesso nel nostro Paese. Parlarne significa sensibilizzare verso il problema, significa far sì che non ci si volti dall’altra parte: vuole essere un gesto di amore per delle persone che hanno perso la voglia di vivere, e che meritano invece di essere felici.

Ma facciamo un passo indietro: qual è la storia dell’anoressia?

Pensate che già Galeno nel II sec. d.C. ne parlava come di un eccesso di bile nera, che sale al cervello e “rende freddi gli spiriti animali del lobo frontale, suscita immagini di paura e tristezza, e determina molte patologie tra le quali, in primis, la condizione melanconica”.

Poi nel Medioevo l’anoressia fu vista per un periodo come un traguardo spirituale da raggiungere, un’esperienza mistica che si poteva conseguire attraverso la mortificazione del proprio corpo, un modo di separarsi dalla carnalità per ricongiungersi a Dio. Ricordiamo infatti sia Santa Caterina da Siena che Beata Angela da Foligno, ma non solo: anche San Francesco mortificava il proprio cibarsi aggiungendo spesso della cenere ai propri alimenti, per non dare piacere (anche solo gustativo) alla propria carne.

Se poi nel 1500 il medico genovese Simone Porta aveva già descritto e studiato il quadro clinico dell’anoressia nervosa, è nel 1689 che si fa risalire la scoperta della malattia, attribuendola al medico Richard Morton, che la chiamava allora “emaciazione nervosa”. Da lì in poi si sono susseguite ricerche e studi, fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui la malattia è stata riconosciuta di natura nervosa fin dal DSM-II (Manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali).

È una malattia dalla portata enorme, perché ha caratteristiche sia psicologiche (depressione, ansia, disturbo di personalità) sia fisiche (alterazione ritmo cardiaco, osteoporosi, pancreatite, e altre), e richiede pertanto un approccio terapeutico multidisciplinare, sia a livello psicologico che fisico.

I legami familiari e amicali assumono un’importanza notevole nell’insorgenza della malattia, così come l’ambiente che circonda la persona: l’anoressia infatti è una sindrome legata al benessere, dato che non si presenta nei paesi più poveri dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina, mentre si presenta in persone che migrano da nazioni più povere a nazioni più ricche. Pertanto non c’è da stupirsi che sia l’Occidente a vedere più casi di anoressia nervosa, passando dal 17% delle adolescenti del Giappone al 5,7% della Norvegia.

Ma dall’anoressia si può guarire, si può guardare dentro se stessi e poi risalire. È vero, è realtà: una realtà difficile, faticosa, ma tangibile. Ce lo racconta Silvia Varisco nel suo libro-testimonianza “C’era una volta – La mia lotta con l’anoressia”, in cui ci accompagna attraverso i momenti bui, per poi portarci verso la luce nuova di una nuova esistenza. Un libro importante, perché ci fa capire cosa pensa, cosa vede, cosa vive una persona che soffre di questa malattia allo stesso tempo moderna e terribile. Ma ci fa capire anche come attraverso molta fatica si possa anche rinascere a una nuova speranza.

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Vai alla scheda del libro

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L’amore tra un uomo e la sua piccola grande città

Castelfranco Veneto è una cittadina che sa farsi amare, e questo grazie alle splendide persone che la compongono. Angelo Aldo Marchetti era una di queste, e amava la sua piccola grande città. Questo amore si è via via sviluppato attraverso la sua storia familiare, attraverso la direzione della banca affacciata su Corso XXIX Aprile, poi la presidenza della camera di commercio, i libri fatti, scritti e pubblicati… tenendo sempre tutto annotato, come un bravo notaio, nei suoi quaderni ordinati pieni di appunti. Giancarlo Saran, da amico, studioso e scrittore, li ha spulciati, studiati, si è immerso nella storia recente di Castelfranco vista attraverso le lenti con cui Marchetti ha vissuto e osservato il dipanarsi degli eventi di fronte a lui, fuori dalla sua finestra fronte mura.

Un libro interessante, scorrevole, dedicato a chi ama Castelfranco e la sua storia recente, influenzata in modo sensibile da quanto fatto, e desiderato, da un uomo come Angelo Aldo Marchetti, che in tanti hanno avuto modo di conoscere. Un libro che fa anche del bene: i diritti d’autore vengono versati al Comitato per la borsa di studio castelfranco veneto contro i tumori.

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E se il male fossimo noi?

Come reagiremmo? Se il nostro bene, la nostra cura, il nostro affetto fossero travisati del tutto, e agli occhi di una persona amata diventassero atti d’accusa, motivo di vendetta?
Alison C. viene da una famiglia decisamente complicata: sua madre ha avuto seri problemi di equilibrio mentale, e la vita familiare ne ha avuto importanti conseguenze. In questo libro racconta la sua storia, vera, dura; un romanzo avvincente fatto di avventura, amore, speranze e difficoltà. La storia di Alison ci racconta come anche in contesti difficili la speranza non muoia, e oggi guardare il volto di questa ragazza, sentirne la voce, è testimonianza reale che il male non può vincere, e che anche nelle situazioni più difficili, con impegno, amore e fiducia, si può arrivare alla meta: una vita normale, felice, senza nessuno che mette a rischio, col buio della notte, la tua stessa esistenza…

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Che cosa significa “avere stile”, e come coltivarlo?

“In letteratura, lo stile è un insieme di tratti formali che caratterizza il linguaggio di un autore, di un’opera, di un genere letterario, e che risulta da una scelta consapevole che si allontana dall’uso o dalla norma corrente.”

Nei libri, dunque, lo stile è ciò che ci contraddistingue, ciò che rende la nostra “voce” unica nel panorama letterario; e questo è un vantaggio: di riconoscibilità, di autorità (chi padroneggia il proprio stile manifesta competenza e padronanza linguistica, dunque credibilità), nonché di efficacia. Un testo scritto in modo stilisticamente riconoscibile rende ancor più ricca la storia che stiamo raccontando, trasformando un racconto in un’esperienza degna di essere ricordata.

Vania Russo lo sa bene, data la sua esperienza di editor, scrittrice e insegnante di scrittura creativa da più di una decade. In questo suo libro, il secondo che parla delle tecniche di scrittura, ci permette di esaminare ed evolvere il nostro stile di autori, per rendere la nostra capacità narrativa ancora più efficace e, in definitiva, memorabile.

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